Paolo Jedlowski che (in “Storie comuni”, Mondadori 2000) cita Ursula Le Guin per parlare di come la narrazione sia condivisione, di come ascoltare una storia equivalga a farla propria:

 

“Nel racconto, nella narrazione, siamo tutti dello stesso sangue. Prendete la storia fra i denti, allora, e mordete fino a che il sangue non scorra, sperando che non sia velenoso; andremo così tutti insieme alla fine, o magari all’inizio: vivendo, come si fa, nel bel mezzo.”

fonte:http://aira.ilcannocchiale.it/2007/03/24/narrare_narrarsi.html

La qualità del destinatario – intervento di Paolo Jedlowski

“Abbiamo bisogno di un destinatario all’altezza dei racconti che vogliamo fare, ciò che io sono in grado di accogliere è ciò che l’altro mi può raccontare, ma se l’altro non può raccontare la sua esperienza,  nel senso del vissuto, è difficile riappropriarsene, così io destinatario svolgo per lui la funzione fondamentale, quella di permettergli di completare il cerchio, il processo della sua esperienza. Mi comporto cioè da testimone della sua testimonianza.”

In quest’ultimo segmento Jedlowski affronta la tematica della qualità del destinatario.
Jedlowski per spiegare l’importanza del destinatario nelle narrazioni della vita quotidiana, sottolinea come queste stesse narrazioni siano inserite in relazioni sociali. Colui che narra quindi, non può che raccontare secondo il senso comune proprio della cerchia sociale cui appartiene. In questo modo si afferma che la relazione, ossia il rapporto di colui che narra con il proprio destinatario (un rapporto di amicizia o di semiconoscenza) influenza il tipo di narrazione che vi è dentro, altre volte però sottolinea Jedlowski, è la narrazione che retroagisce sulla relazione che si viene a modificare. Per qualità del destinatario non si deve solo pensare al tipo di legame che questi ha con il suo narratore, se sia un amico intimo oppure un conoscente occasionale, egli deve essere all’altezza dei racconti di colui che narra. Quando il narratore racconta il proprio vissuto fino a spingersi a quei racconti, per così dire profondi, che conservano qualcosa di enigmatico, come la domanda del fratello di Benjamni “dunque saremmo stati qui?”, in quel caso il narratore si sta facendo “testimone” della propria vita, il destinatario a quel punto deve essere all’altezza di tali racconti prestandosi come “testimone della testimonianza”. Il destinatario inoltre, è colui che è in grado di accogliere ciò che l’altro può raccontare, ma se l’altro non può raccontare la sua esperienza, nel senso del vissuto, gli è difficile riappropriarsene. Quindi la funzione del destinatario e la sua qualità consistono nelll’essere in grado, in quanto “testimone della testimonianza”, di permettere al narratore di completare il processo della sua esperienza.

In questo libro, l’autore affronta con un linguaggio assai accessibile, il tema delle narrazioni nella vita quotidiana: le chiacchiere al bar, i pranzi in famiglia, le conversazioni fra amici etc. Mediante le narrazioni inscritte all’interno di cerchie sociali, gli individui elaborano la propria esperienza.